Spiritualità

Alla ricerca dell’uomo perduto…        

La spiritualità carmelitana nasce dall’esperienza che della relazione con Dio hanno fatto le nostre sorelle e i nostri fratelli riconosciuti anche dalla Chiesa come santi, cioè indicatori di un cammino percorribile, di una strada sicura per l’incontro con il Signore Gesù. 

La vocazione carmelitana, il nostro modo di attuare il Vangelo, consiste nel rispondere a Dio che ci chiama ad amarLo con tutte le forze, unicamente, appassionatamente e ad affermare con la nostra scelta che vivere per Lui è possibile ed è lo scopo fondamentale della vita dell’uomo. I Santi del Carmelo hanno vissuto questo –il primo e più grande dei comandamenti- in maniera diversificata, ognuno a modo suo, nel proprio contesto culturale ed ecclesiale, con la propria personalità nella quale hanno sentito risuonare una specifica nota individuale.

D’altronde, Santa Teresa di Gesù Bambino immaginava la Chiesa (il mondo delle anime…) come un giardino fiorito: 


«Gesù si è degnato di istruirmi su questo mistero: mi ha messo davanti agli occhi il libro della natura e ho capito che tutti i fiori che ha creato sono belli, che lo splendore della rosa e il candore del Giglio non tolgono il profumo alla piccola violetta o la semplicità incantevole alla pratolina… Ho capito che, se tutti i fiori piccoli volessero essere rose, la natura perderebbe il suo manto primaverile, i campi non sarebbero più smaltati di fiorellini… Così avviene nel mondo delle anime che è il giardino di Gesù. Egli ha voluto creare i grandi santi che possono essere paragonati al Giglio e alle rose, ma ne ha creati anche di più piccoli e questi devono accontentarsi di essere delle pratoline o delle violette destinate a rallegrare lo sguardo del buon Dio quando Egli lo abbassa verso terra: la perfezione consiste nel fare la sua volontà, nell’essere ciò che Egli vuole che noi siamo… […] Scendendo così, il buon Dio mostra la sua grandezza infinita. Come il sole illumina nello stesso tempo i cedri e ogni fiorellino come se esso fosse il solo sulla terra, così Nostro Signore si occupa in modo particolare di ogni anima come se essa fosse unica nel suo genere; e come nella natura tutte le stagioni sono regolate in modo da far sbocciare nel giorno stabilito la pratolina più umile, così tutto corrisponde al bene di ogni anima.»

(Man. A 3r°)

Si tratta di innamorati di Dio, donne e uomini guidati dallo Spirito Santo alla “ricerca dell’uomo perduto”, protesi cioè a ridare dignità all’uomo recuperandolo a se stesso nell’oblatività dell’amore, la sola sua grande vocazione.

Da Teresa di Gesù hanno imparato a ritornare nella nostra casa interiore, bellissimo castello, creato e abitato dalla Misericordia, che, molto prima e al di là di ogni nostra risposta ci ha predestinato a divenire figli amati, a condividere la gioia eterna nel seno della Trinità.    

Perché «il cielo è Dio e Dio è nella mia anima», scriveva Elisabetta della Trinità, facendo eco, a un povero cuoco carmelitano, Lorenzo della Resurrezione: «Per andare a Dio non c’è bisogno né di raffinatezza né di scienza. Una breve elevazione del cuore è sufficiente. Un fugace ricordo di Dio, un’adorazione interiore…Bisogna fargli un tempio spirituale nel nostro cuore dove adorarlo ininterrottamente.»

Questi “folli in Cristo” stanno «davanti a Dio per tutti» (Edith Stein), con la radicalità del «Dio solo basta» (Teresa di Gesù) e la soavità proposta da Santa Teresa di Gesù, fondatrice del nostro Ordine, con il suo «a poco a poco», perché intendono trasmettere un’esperienza in cui si entra con pazienza, senza togliere nulla all’umanità e a alla gradualità del cammino. Una strada percorsa con il Signore, nella relazione con Lui (un intimo rapporto di amicizia, secondo Santa Teresa) che si accolla tutta la fatica: ognuno ha vissuto a modo suo l’abbandono, la fiducia in un Dio amante che accompagna e non lascia soli.

«Quel che a Dio piace della mia piccola anima è di vedermi amare la mia piccolezza, la mia povertà: è la speranza cieca che ho nella sua misericordia», ripeteva Teresa di Gesù Bambino.

Ognuno ci insegna, a modo suo, ad attendere Colui che, già presente in noi, scava abissi sempre più profondi di desiderio amante.

«Dunque perché prolunghi l’attesa se fin d’ora puoi amare Dio dentro il tuo cuore?
Miei sono i cieli e mia la terra, miei sono gli uomini, i giusti sono miei e miei i peccatori. Gli angeli sono miei e la Madre di Dio, tutte le cose sono mie. Lo stesso Dio è mio e per me, poiché Cristo è mio e tutto per me.
Che cosa chiedi dunque e che cosa cerchi, anima mia? Tutto ciò è tuo e tutto per te.
Non abbassarti dunque al di sotto di questo, e non ridurti a raccattare le briciole che cadono dalla mensa del Padre tuo.
Esci fuori e vai superba della tua gloria. Nasconditi in essa e gustala e realizzerai i desideri del tuo cuore
»

(Giovanni della Croce, Preghiera dell’anima innamorata)

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